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23/05/2003
Autore: Davide Borra   —  NoReal

Chi lavora con il computer pensa di essere virtuale? riflessioni preliminari

Il titolo provocatorio, nello stile pungolante dell’Arch. Pietro Derossi, ideatore e chairman del convegno, dava per scontati alcuni confini che l’ambito disciplinare di riferimento ed il "contenitore" dell’evento bastano da soli a dichiarare. Difatti giovedì 22 maggio 2003, nell’aula della II Facoltà di Architettura in Bovisa a Milano, studenti ed interessati hanno potuto confrontarsi con il gruppo di relatori sul tema della progettazione assistita dal calcolatore in stretto riferimento alla professione dell’architetto. Il documento programmatico poneva in luce le richieste di maggiore comprensione delle effettive validità di tale strumento, ormai dilagato nell’ambito professionale e soprattutto le influenze che i software e l’ancora non ben definita attività del modellatore virtuale affiancato all’architetto, riflettono sul progetto, anche in vista dell’avanzare di nuovi stili architettonici facenti riferimento all’architettura "liquida" ben producibile attraverso i software CAD avanzati.
I relatori, docenti in varie università italiane, hanno portato i loro contributi analizzando l’argomento della virtualità secondo l’accezione filosofico-estetica (Piero Aldo Rovatti), storico-artistica (Fulvio Irace e Patrizia Mello), espressiva (Livio Sacchi) e progettuale (Pietro Derossi).
Ciò che ha caratterizzato fortemente questo convegno è stata la volontà degli stessi relatori a verificare l'un l'altro le rispettive posizioni sui temi via via esposti ed a mantenere acceso il dibattito anche con il pubblico, rendendo così estremamente viva l'esposizione degli argomenti.
Hanno fatto da spina dorsale della narrazione una serie di testi filosofici sul tema che gli addetti ai lavori più smaliziati ormai conoscono: Gille Deleuze e Steven Levy in testa, poi sostenuti da Henri Bergson con puntate verso Leibniz e Foucoult con i quali Rovatti ha analizzato il rapporto dualistico "reale-virtuale" ormai maturato verso la migrazione più appropriata del rapporto "virtuale-attuale" nell’accezione di Levy. Questa introduzione ha posto in essere la consapevolezza di trovarsi ancora di fronte ad una disciplina non sorretta da specifici apparati metodologici la cui mancanza hanno denunciato gli stessi autori successivamente cercando di trovare i riferimenti più opportuni con le bibliografie tematiche presentate da ciascuno.
Quando poi l’instabilità concettuale si riversa nell’operatività giornaliera ecco che Derossi denuncia la modifica attuale nel consolidato rapporto progettista-progetto, mediato ormai indissolubilmente dallo strumento informatico. La questione sarebbe nota e forse anche obsoleta se rapportata alla semplice considerazione che "nuovi strumenti modificano vecchie abitudini", ma diviene quantomai interessante se confrontata con la tendenza a "cedere parte dell’autonomia progettuale" alla macchina ed a "condividere a scala planetaria le informazioni e quindi il progetto", tendenze che egli stesso ritrova nella propria attività lavorativa. (Sacchi preciserà che la condivisione non può dirsi attualmente planetaria, ma ricalca la densità dell’utilizzo di Internet). Irace provoca un secondo punto di vista che impiantandosi sulla condivisione in tempo reale dell’informazione pone la domanda se ciò non corrisponda in realtà ad una riproposizione in chiave moderna delle utopie socio-urbanistiche note (Moro, Campanella, etc..) e quindi accenna alla criticità dell’effettivo valore progressivo della globalizzazione informativa dovuta allo strumento informatico. La Mello espone come il concetto di virtuale non deve sottostare necessariamente alla pratica progettuale.
Raccogliendo i contributi espressi, Sacchi riconduce le sollecitazioni emerse alla pratica disciplinare dell’architetto, esponendo i numerosi contributi internazionali raccolti nel suo ultimo libro a dimostrare applicazioni utili, possibili e di limite dell’utilizzo dell’informatica nel progettare edifici costruibili o solamente fruibili virtualmente.
Tirando al fine le somme Derossi ha riconfermato le ipotesi iniziali sulla necessità di costituire un impianto filosofico metodologico che supporti l’ambito disciplinare e offra i punti di vista utili a discriminare gli elementi d’effettiva novità, utilità e supporto progettuale, invitando gli astanti a confermare una successiva sessione d’incontro che possa concretizzare i punti aperti dalla conferenza.
Il commento al consesso non può non essere legato al valore preliminare dei lavori ed in questo senso è completo plauso sia alla fatica del concretizzare tale evento, sia all’effervescenza dello scambio continuo avvenuto tra i relatori ed il pubblico, rara occasione di dialogo con i maggiori referenti delle rispettive discipline, disponibili al confronto.

L’eterogeneità degli interventi credo abbia riflesso la volontà dell’ideatore nel poter raccogliere dalla moltitudine eterogenea degli ambiti disciplinari dei relatori, le impressioni, le evocazioni potenzialmente (virtualmente?) utili alla discussione architettonica; ecco quindi che la mancanza di una conclusione omogenea rispetto ai molti spunti prodotti costituisce l’indice possibile della prossima giornata di studi.

 

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